Come un uccello in volo

  • Translated by hale nazemi and bianca maria filipini
  • April 2010
  • PUBLISHER: Ponte 33 (www.ponte33.it)

Descrizione

Lontano dalla descrizione stereotipata del modello femminile propria della letteratura mainstream sul Medio Oriente, “Come un uccello in volo” ci accompagna nel viaggio interiore di una giovane donna alla ricerca della propria identità nell’Iran contemporaneo. Casalinga e madre riluttante, la protagonista si rivela nella sua complessa umanità attraverso la scoperta e la tentata ridefinizione del proprio ruolo di madre, moglie e figlia. Fossilizzata in una condizione d’inerzia alla quale sembra averla condannata il suo passato familiare, prende coscienza di se stessa nel confronto con un marito inquieto, la cui unica risposta alle difficoltà del vivere imposte da un Iran mai citato direttamente, eppur vivido nella sua minuta quotidianità, si cristallizza nel sogno ossessivo dell’emigrazione. Lo stile denso e asciutto, misto a una sottile ironia, riflette le reticenze della narratrice, la cui auto-rivelazione avviene grazie alla riscoperta di recessi del passato, rimasti intoccati da anni di silenzio e sensi di colpa. Liberandosi della “gabbia” che i legami affettivi le hanno creato intorno, come un uccello in volo, la protagonista esplorerà gli spazi aperti iniziando a cantare.

La recensione de L’Indice

C’è qualcosa di sorprendente in Come un uccello in volo, romanzo dell’iraniana Fariba Vafi da poco pubblicato in Italia, nella traduzione dal farsi di Hale Nazemi e Bianca Maria Filippini, dalla neonata casa editrice Ponte33 di Firenze. Sarà perché lascia trasparire un’immagine inedita dell’Iran di oggi: la sua protagonista e voce narrante è una giovane donna, madre e casalinga riluttante, che si dibatte tra le difficoltà quotidiane del vivere e l’indifferenza del marito; cerca di sfuggire al ruolo che la tradizione le ha assegnato (“Non posso essere una madre, non una figlia, non una moglie”), si sente “come un uccello migratore”, “chiuso in gabbia”, finché trova dentro di sé il modo di uscirne. Sorprendente anche lo stile dell’autrice: una scrittura economa di parole, minimalista, ma attenta ai dettagli, elegante.
Forse la sorpresa è dovuta al fatto che sappiamo così poco della scena letteraria dell’Iran contemporaneo. Eppure uno degli effetti collaterali della Rivoluzione islamica del 1979 è stato proprio l’emergere di una ricca produzione letteraria (narrativa, poesia, saggistica), anche se molto poco è circolato in Occidente. Di questa effervescenza le donne sono protagoniste: come scrittrici, ma anche editrici, fondatrici di riviste letterarie e di women’s studies, giornaliste, blogger. Non che siano mancati in passato esempi anche notevoli di scrittrici, per lo più poetesse: ma restavano figure in qualche modo eccezionali. È un segno delle trasformazioni profonde nell’Iran rivoluzionario, più acculturato, dove un strato più ampio (e diversificato per retroterra sociale) di uomini e di donne ha cominciato a scrivere – e a leggere. Non senza difficoltà, certo: il controllo sociale, la censura, le limitazioni imposte (soprattutto alle donne) dalle rigide norme della morale islamica reinterpretata dal regime. Nonostante queste limitazioni, però, una nuova generazione di scrittrici si è fatta largo.
Fariba Vafi le rappresenta in pieno. Nata nel 1962 a Tabriz, capoluogo di provincia nell’Iran settentrionale, città di lingua azeri, è cresciuta in una famiglia tradizionale. La scrittura per lei è stata una conquista personale, ci ha detto durante un recente incontro a Roma dove presentava l’edizione italiana del suo romanzo. Fin da adolescente voleva fare la scrittrice, racconta: “Appena diplomata avevo due idee in testa: trovare un lavoro e cercare avventure, materia su cui scrivere”. Il lavoro significava indipendenza. Ha lavorato come operaia in una fabbrica di abbigliamento, poi ha frequentato la scuola di formazione della polizia femminile islamica a Tehran; tornata a Tabriz è stata assegnata al servizio di guardia carceraria. “Ma ci sono rimasta solo due mesi”, spiega: era troppo, “anche se oggi penso che sia stata un’esperienza importante”. Nel frattempo si è sposata, ha avuto due figli, ha sempre lavorato per essere indipendente. E ha continuato a coltivare quel suo desiderio di scrivere, “anche quando facevo altri lavori e mi sembrava impossibile realizzarlo”. Nel 1988 pubblicare il suo primo racconto è stato un traguardo.
Oggi Fariba Vafi è una delle scrittrici più note e apprezzate in Iran, ha pubblicato una raccolta di racconti e quattro romanzi divenuti dei best seller. Il primo, Come un uccello in volo, ha avuto un successo fulminante quando è stato pubblicato, nel 2002, e ha ricevuto i premi letterari più prestigiosi del paese. È anche l’unico tradotto, in inglese e francese e ora in italiano. Anche questa nuova impresa editoriale merita un’introduzione. Le fondatrici di Ponte33, Irene Chellini, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, sono tre studiose della lingua e cultura iraniana tornate di recente da lunghi soggiorni in Iran (Ferraro come addetta culturale all’Ambasciata d’Italia, Chellini e Filippini per i loro studi di musicologia e letteratura), con il progetto di far conoscere la letteratura contemporanea di questo paese. “Dopo gli shock della rivoluzione e della guerra abbiamo visto la letteratura riprendere con un nuovo slancio, come il cinema e le altre arti”, spiega Filippini. È emerso un linguaggio nuovo, una prosa snellita rispetto a quella dell’antica tradizione persiana: “Abbiamo anche visto un diversificarsi di generi, dal simbolismo a racconti con tracce di surrealismo, alla narrativa di guerra, ai racconti per bambini”, fino alla scrittura introspettiva e minimalista di Fariba Vafi. “È una letteratura che è riuscita a trovare una sua forma specifica, nonostante la censura e tutte le difficoltà, un po’ come è successo per il cinema”, aggiunge Ferraro. A differenza, però, del cinema e delle arti visive, note e apprezzate nel mondo, la produzione letteraria iraniana stenta a farsi conoscere all’estero (“Forse perché non corrisponde all’immagine che l’Occidente si attende, la letteratura di denuncia: spesso si confonde la letteratura iraniana con quella della diaspora, o si pensa all’Iran con il cliché di certe copertine con foto di occhi che guardano da sotto un chador”, dice Ferraro).
Fariba Vafi scrolla le spalle quando le chiedo delle difficoltà dell’Iran di oggi: “Uno scrittore ha il dovere di scrivere racconti, è questo il suo modo di intervenire. E oggi, in una società nella quale scrivere diventa sempre più difficile, scrivere un bel racconto o un bel romanzo è importante”. Ma qualcosa aggiunge: “Noi abbiamo superato una fase. Per anni le donne hanno parlato di difficoltà, dolore, hanno parlato da vittime. Ora abbiamo trovato un nuovo linguaggio. In fondo abbiamo aperto una strada”.
Marina Forti